aggiornamento  26/10/2005

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Epistole fra eteronimi

"...quello che ha salvato il mondo, finora, è la straordinaria

energia dell'umorismo...Senza di esso il mondo sarebbe già andato al diavolo da un pezzo"

SEZIONE 1
Lettere d'annata

di  Fulgenzio Poddighe

 

   6.10.05

Elegia triste

 

   25.06.05

Faccela vede', faccela tocca'

 

 

   7.06.05

Da sinistra risponde un ruttello

 

 

 

   3.06.05

Bisogna essere spietati

 

 

   18.05.05

Graffiti con divagazioni

 

 

   19.04.05

Tanatofobia

 

 

 

 

Archivio di F.P.

 

Lettere 2003-2004
 

 

 

Bruno Pittau, Segreto

© BrokenArt, Cagliari

 

 

 

 

SEZIONE 2
Lettere e figure di

Zuanne Fertu

 

 

 

 

________________________

 

 

 

 

Flowers


 

 

 

 

 

 

 

 


 

Tramonti

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Viste

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Notturni

 

 

 

 

 

 

 

 


 

         Capolavori

 

Malevich, Solder

  

 

 

 

 

   Salvador Dalì, Combat

  

 

 

 

   Max Ernts, Oedipus

  

   

 

 

 

   S. Dalì, Cannibals

  

    

 

 

 

   J Mirò, Hunter

  

    

 

 

 

     S.  Dalì, Persistence

  

 

 

 

    

 

 Lugi Mazzarelli,

 

     Prova d'orchestra

 

     

 

 


 

Aggiornamnto 26/10/2005

 

 


 

Dall'Album di Fulgenzio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 6. 10. 05

ELEGIA TRISTE

Ci aggiriamo nel tramonto malinconico ed immemore.

In attesa del sonno che verrà, evanescente fantasma della morte di cui è prefigurazione, ci visitano i ricordi. Non sono essi di un passato di gloria perduta, ed anche se talvolta teniamo “le braccia al sen conserte”, non abbiamo ragione di chinare “i rai fulminei”, anche se “dei dì che furono” talvolta ci assale il “sovvenir”. E’ esso un passato onesto, questo si, ma quanto lontano nel ricordo! Lontani i giorni dell’amore (passione), della lotta (!) per l’esistenza, delle dolci speranze, di un vagheggiato futuro. Giustamente ha detto Moravia che la peculiarità del vecchio è quella di non poter avere più progetti. Il presente essendo una transizione tra il passato ed il futuro, ed essendo il futuro inesistente per l’assenza di progetto, è come se il presente non esistesse. Esso ci scorre tra le dita come le gocce di mercurio che, come impazzite, si muovono seguendo la sola legge che conoscono, la legge di gravità. Non hanno passato, se non quello del termometro da cui sono fuoriuscite dopo la rottura, non hanno futuro perché non si riuniranno mai a ricostituire quella colonnina che era la loro ragion d’essere. Si spargeranno disejecta membra, ed il loro destino sarà la pattumiera. A noi, diversamente da loro, rimangono i sogni. Ma che differenza tra i sogni giovanili e quelli senili! Là vi erano speranza, immagini di gloria e potenza, di immaginati amori. Qui solo ricordo, ricapitolazione, rimpianto. E’ un presente malinconico, cui solo lenimento sono la contemplazione dei figli, gloriosi nella loro festosa attesa del futuro, sicuri di sé, ottimisti, buoni. Né ci aiuta il conforto della religione, il culto dei lari e dei penati, che sono polvere, e nella polvere si dissolve il loro sogno ed il loro ricordo. Siamo in attesa di raggiungerli, non nella gloria del paradiso, ma tra le zolle di un cimitero, dove la nostra cenere si confonderà con la loro, e finalmente saremo riuniti nell’abbraccio universale della terra. Ma nemmeno questo talvolta ci è concesso, perché forse verremo tumulati in uno squallido cenotafio di cemento armato (o di marmo per i più fortunati).

 

Giorni fa sono stato trascinato mio malgrado alle esequie di un antico compagno d’infanzia, diventato nel frattempo ricchissimo. Non trovo parole per descriverti la scena tra il divertente ed il tragico: essendo il loculo a lui destinato nel mausoleo di famiglia il più alto possibile, furono predisposti gli opportuni accorgimenti, un elevatore (detto Muletto), un ponteggio, delle funi con adatte carrucole. E qui, tra le più varie bestemmie dei necrofori (alcuni dei quali extracomunitari), la bara, opportunamente e di nuovo benedetta dal sacerdote (essendo stato il defunto un emerito puttaniere e corruttore) è stata alfine sistemata nel loculo ed ivi tumulata con le usuali procedure. Non mi è stato risparmiato nulla: ho dovuto assistere alla cementazione di tutti i mattoni (tipo muro di Berlino) ed alla apposizione della lapide marmorea con tanto di immagine del defunto e delle date del suo passaggio sulla terra. “Questo ci resta di cotanta speme?.

Ci confortano, in questo tramonto, i libri. Ma forse, come per il detective Pepe Carvalho di Montalban, solo per bruciarli, e magari non solo metaforicamente: forse, solo distruggendo quanto di più imperituro ha prodotto il genere umano, potremo riappropriarci di quello stato ancestrale ed innocente che è la nostra vera essenza, quella del neonato: nasce nudo ed indifeso (e puteolente), non ha voglie e desideri, ma solo istinto, primo fra tutti l’anelito per il capezzolo. Ma dalla madre si deve staccare purtroppo assai presto, troppo presto. Ed è qui che iniziano i guai, d’ora in poi dovrà farcela da solo, anche se sorretto dalle cure parentali nella migliore delle ipotesi. Nasce l’uomo a fatica/ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa/ e in sul principio la madre e il genitore/il prende a consolar dell’essere nato”. Eccetera..

Io ho avuto la ventura di assistere alla nascita (al parto) dei miei figli: è un evento sanguinario e crudele dove il corpo della madre sembra squarciarsi, dilaniarsi per la fuoriuscita del nascente. Sembra impossibile che un corpo di tre o quattro chili possa uscire da quel pertugio così angusto nel quale, prima, ci siamo compiaciuti di entrare, talvolta con fastidiosa insistenza, col nostro membro, cosiddetto virile. Ma così va il mondo, si entra con relativa facilità, e poi ne esce un essere urlante e paonazzo che poi sarà nostro figlio. In lui riporremo le nostre speranze, egli crescerà, amerà, soffrirà, lotterà, e poi morirà e le sue ceneri si confonderanno con le nostre ormai spente.

 

E’ tutta qui la vita? Sì, è tutta qui: un corpo che nasce, che vive per un determinato periodo regolato da un misterioso orologio biologico, e poi muore e si disfa. Mi dico: e “Le memorie di Adriano”, Seneca, Platone, Aristotele, Dante? E il nostro amato gobbetto? Bruciamoli, liberiamoci di loro, tanto tutto finirà in merda.

Sono pensieri tristi e disperati di un uomo finito, che trascorre il tempo del pensionamento leggendo forsennatamente quei libri dei quali ha appena detto di volersi disfare. Ma il pensionamento non c’entra, o c’entra assai poco: la pensavo così anche prima, solo che avevo meno tempo per dare forma al mio pensiero. Io so che per molti è di grande conforto la convinzione dell’eternità, forse non quella paradisiaca (o infernale) di cui narrano le religioni dette monoteiste, ma quella più generale di un “Amore” o “Coscienza” universali. So anche che la fisica dell’universo tende a dimostrarci una sorta di eternità della materia, o meglio dell’energia, da cui tutto procede ed a cui tutto ritornerà confondendosi con esse. Non mi interessa: so che presto tutto finirà e ritorneremo nel nulla primigenio in cui verranno cancellate forme ed identità.. E’ questo quello che conta.. Ma, se questo può definirsi nichilismo, perché allora ci sforziamo di vivere una vita onesta e consapevole, rispettosa dei patti? E’ semplice: per convenienza, ovvero, se saremo onesti e fededegni con gli altri, altrettanto potremo aspettarci da loro (fatte salve le innumerevoli eccezioni), e così la nostra vita effimera potrà compiersi senza eccessive complicazioni. Per concludere (forse): non ho più fede nemmeno nell’intelligenza dell’uomo, quella che ci accomuna o dovrebbe accomunarci: l’uomo è capace di fare il male, che non è affatto una cosa intelligente. Ma sul problema del male, forse è meglio fermarsi, ci porterebbe troppo lontano. Eppure: quando guardo i miei cani che riposano tranquilli, le loro uniche esigenze essendo apparentemente quelle di mangiare, di dormire e di abbaiare all’occorrenza, mi chiedo se non sia più semplice (e quindi felice) la loro vita. Ma poi mi sovviene di quanti del loro genere sono quotidianamente sottoposti a sofferenze inutili, e quindi stupide: sperimentazione, abbandono, maltrattamenti. E poi, pensiamo a quante sofferenze sottoponiamo gli animali per le esigenze della nostra nutrizione, allevati in spazi angusti, trascinati al macello, ed ivi sgozzati. Ed i pesci, che essendo muti e dall’apparenza indifferente, lasciamo tranquillamente morire soffocati per poi cucinarli nei modi più vari e gustosi. Se pensiamo a tutto questo quando mangiamo una bistecca, dovremmo ipso facto diventare vegetariani. Ma, quando tagliamo un’insalata, estirpiamo un fungo od un asparago o stacchiamo un frutto, siamo proprio sicuri che queste piante non soffrano? Per non parlare delle uova la cui estromissione appare logico pensare che costi qualche sofferenza alla gallina Starnazzante per l’avvenuta estrusione. Giusto l’antico detto che “la gallina fa l’uovo e al gallo gli brucia il culo”, e questo vale anche e soprattutto per i parti di cui sopra. Insomma sembra che tutti i viventi siano soggetti al destino di infliggere e spesso di subire sofferenza. E’ questa la vera e più profonda essenza del nostro essere? Per non parlare delle guerre (e forse anche delle rivoluzioni) che sono quanto di più stupido l’umanità abbia saputo produrre nella sua storia millenaria.

Caro Manuel, ho intitolato questa lettera “Elegia triste” perché intendevo parlarti di stati d’animo e non di filosofia, o di filosofemi. Torniamo dunque all’aspetto “elegiaco”, e non filosofico dello sfogo. La malinconia che mi pervade è, tutto sommato, dolce. L’animo vi si perde, e quasi affonda in un oceano magmatico di incertezza e dubbio, ma non dispera. La disperazione è un lusso che non ci possiamo permettere, perché dobbiamo vivere, costi quel che costi, è il nostro destino. E non importa se la nostra vita ci appare talvolta povera e squallida. Se ricordo bene, mi pare che Garcia Marquez abbia detto che la vita vera non è propriamente quella che abbiamo vissuto, ma quella che ricordiamo. Ma qui sta propriamente il punto: i ricordi sono vaghi e lontani (forse tranne quelli dell’amore), gli eventi trascorsi circonfusi di nebbia. E noi stringiamo nel pugno questi lacerti di vita che, come sabbia finissima, continuano a perdersi e a scorrere, per quanti sforzi facciamo per trattenerli.

Cari saluti.

Fulgenzio

(risposta del 7-10-2005)

Caro Fulgenzio,

 ho letto con attenzione e piacere (letterario) sia la parte in versi che quella in prosa della tua Elegia. Se non hai niente in contrario mi sembra una ottima “pagina” da aggiungere sul sito alle tue lettere .

Per ora mi limito ad apprezzare (e a meditare sui contenuti) - senza entrare nel merito, poiché mi sembra fuori luogo. Non ha senso rispondere “filosoficamente” a una Elegia di tono chiaramente poetico-letterario, costruita su una più che legittima e anche “profonda” visione della vita ( e della morte). E’ una visione che si mantiene o cambia a seconda del “testimone” che la contempla e di come riceve o elabora intellettualmente l’intuizione.

Mi richiama le pagine più liriche (ed elegiache) di un libro - tradotto qualche anno fa - di Satprem, che sto rileggendo, la mattina, proprio in questi giorni: il libro è intitolato “La tragedia della Terra: da Sofocle a Sri Aurobindo”. Si interroga sulla domanda che Sofocle ha messo nella bocca dei suoi eroi tragici:

Hyllos, il figlio di Deianira, quando sua madre si suicida dopo aver avvelenato, senza volerlo, l’amato Eracle:

“Gli dèi hanno dunque generato dei bambini, dicendosene apertamente i padri, e li lasciano soffrire così?” (nelle Trachinie).

O Filottete, abbandonato in un’isola deserta, colpito dalla peste e intossicato dal serpente velenoso mandatogli da una Ninfa gelosa:

“Ah! misero. Nostro padre, dunque, ci avrebbe generati per essere degli schiavi e non uomini liberi?” (Filottete).

O il coro che canta ad Antigone:

“terribile potere è quello del Destino. Né la ricchezza né le armi né i bastioni, né i neri vascelli che battono i flutti potrebbero sfuggirgli”.

O Aiace che mormora all’amata Tecmessa, mentre tenta di rassicurarlo:

“Sì, il Tempo, nella sua lunga interminabile corsa, il Tempo fa vedere ciò che restava nell’ombra, così come nasconde tutto ciò che brillava nel giorno... Non c’è nulla, dunque, che non si possa raggiungere...”

E il Coro che commenta:

“Quando finirà dunque questo lungo sgranarsi di anni erranti !”

E infine Edipo, a Colono, mentre si avvia verso il luogo di una morte liberatoria:

“E’ dunque quando non sono più niente che divento veramente un uomo!”

Poco prima dell’ultimo grido:

“Luce !

Invisibile ai miei occhi,

dopo tanto, dunque, sei mia...”

 Per Satprem “Sofocle interroga. Prematuramente egli è forse l’eroe - o il messaggero - di un’altra Età. Il suo pensiero raggiante, ombrato di pena e di pietà e di feroci domande, è già un appello, un grido, quasi una supplica rivolta a ciò che resta laggiù, nel fondo del tempo, dietro le nere burrasche e gli orizzonti ostruiti: Uomo dove vai ?

Convinto che “Molte sono le meraviglie in questo mondo, ma la più grande fi tutte è l’uomo” - come canta il Coro ad Antigone.

E alla fine della ricerca, Sofocle concludeva:

“Vedo chiaramente che noi non siamo, tutti noi che qui viviamo, niente più che fantasmi o delle ombre leggere”

Oltre duemila anni dopo, un altro poeta, chiamato Aravinda Ghose, ripropone la domanda in questi termini:

“Che la vita ci sia perché la morte possa morire?”

E  la risposta “poetica”:

“Il mondo è altro da come lo pensiamo e lo vediamo adesso.

Le nostre vite sono un mistero più profondo

di come lo abbiamo sognato”

Era anche per lui il tempo in cui “La feroce domanda delle ore umane riviveva qui tutta intera”.

Dato che “la verità e la conoscenza sono un raggio vano, se non danno il potere di cambiare il mondo”.

Bisognava quindi riuscire a “rompere la corda del mentale che lega il cuore terrestre”; riuscire a sottrarsi “al giogo delle leggi della materia” così che “le leggi del corpo non incatenino più i poteri dello spirito”.

Savitri, eroina  del Mahabharatha che ripropone un’Euridice “rovesciata” che va negli inferi a liberare il suo sposo, come Orfeo nell’antico “mistero” ellenico, di fronte all’astuto e implacabile dio della morte è costretta ad ammettere:

“Una prigione, ecco cos’è questo immenso mondo materiale. Su ogni strada, si erge in armi una legge dagli occhi di pietra...Un’inquisizione dei preti della Notte - tribunale grigio dell’ignoranza - sottopone a giudizio l’anima avventurosa”.

Ma ha l’intima certezza che “quelli che hanno avuto luogo qui (in questo mondo in evoluzione) sono solo degli inizi”. “Nel cominciamento si prepara lo svelamento. E questo strano prodotto irrazionale del fango, questo compromesso tra la bestia e Dio, non è il coronamento del tuo mondo miracoloso. Un potere si è levato dal sonno delle mie cellule”.

Detto “filosoficamente”:

“L’uomo è un essere di transizione. Egli non è la fine, perché, nell’uomo e al di là dell’uomo, si elevano i gradi radiosi di una sovrumanità divina”.

Detto poeticamente:

           La Materia, quaggiù, sembra modellare la vita del corpo

E l’anima va dove la natura spinge:

La Natura e il Destino costringono la sua libera scelta.

Ma degli spiriti più grandi possono rovesciare questo equilibrio

E fare dell’anima l’artista del suo destino.

Questa è la verità mistica che la nostra ignoranza nasconde:

La Rovina è un passaggio per la nostra forza innata.

La nostra prova è la scelta dello spirito nascosto.

L’Ananké è il decreto interiore del nostro essere”

E la “profezia” è una certezza che possiamo (o no) condividere:

“Se l’uomo non sarà capace di superare la sua mentalità, sarà superato. Il sopramentale e il soprauomo (o post-uomo) si manifesteranno necessariamente e prenderanno la testa dell’evoluzione”.

La “terribile strategia dell’Eterno” sembra essere: tutto serve il disegno cosmico. E tutto va a suo favore, anche quando tutto sembra andare contro”.

Secondo l’ex marinaio Satprem tutta la “saggezza” di Sri Aurobindo è raccolta in tre parole:

“Cambia tutto in miele”

Alle soglie o nell’attesa di questa “immensa rivoluzione” anch’io mi lascio andare al fascino letterario dei ricordi. Sulla scorta di un libretto che mi ha sempre incuriosito e “ispirato” (Je me souviens di Georges Perec) mi sono abbandonato, negli ultimi giorni, a un esercizio di “ripescaggio” dei ricordi così come emergono dal fondo dello “stagno” dove sembrano giacere sotto un più o meno spesso strato di limo. In tempi relativamente brevi ho messo insieme le prime tre “centurie” - contando di arrivare almeno a cinque o giù di lì (giusto per imitare il libro modello, che si ferma a 486).

Ti allego la prima “centuria”, ben lungi dall’importi l’obbligo di leggerli.

Potrai solo dargli una rapida scorsa se li senti “divertenti” (sono d’altronde frammenti di ricordo che tornano spesso nel comune rammemorare l’infanzia e i dintorni).

Ciao, a presto

Manuel

 

25. 06. 05


 Faccela vede’, faccela tocca’

Caro Manuel,

io dubito che tu, che reputo telespettatore, nonché lettore esperto e selettivo, abbia avuto modo di assistere alle cronache dell’ormai famoso matrimonio tra un noto calciatore, Totti detto “er pupone”, ed una altrettanto nota (televisivamente parlando) “velina” che risponde al nome di Hilary. Io che non sono un utente altrettanto evoluto e smaliziato, vi ho assistito, devo dire con una sorta di colpevole prurigine. E, devo dire, sono rimasto piuttosto colpito. Primo: per la mise dei nubendi, redingote con tuba per lui, abito scollacciato per lei, con guise, dicono le cronache, atte a sottolinearne la prominenza del ventre ormai gravido di un pondo ascoso di cinque mesi. Secondo: per il fatto che un prelato si sia prestato a benedire le nozze riparatrici ma, si sa, sono codino e bigotto e certe cose non le capisco, in ogni modo “pecunia non olet”.. Terzo: il parterre appunto, che invocava di poter vedere, e finanche toccare, le grazie fino allora negate. Ergo, mi sono scandalizzato, o scandolezzato come direbbero i buoni padri barnabiti di cui né tu né io abbiamo avuto la fortuna di essere alunni, per l’osceno spettacolo. Ove, per “osceno”, si intende (Devoto – Oli) “ostentazione sguaiata, irriverente, scandalosa di motivi dell’ambito del sesso” Ma mi sono subito e presto ravveduto del senso di scandalo provato perché, di lì a poco, le cronache ci avrebbero mostrato il nostro Pres. del cons (la esse finale lo salva, perché in francese, si sa…, senza la esse è un’altra cosa) il quale, per riaffermare la riconquistata predominanza del prosciutto di Parma sulla renna affumicata, ha affermato di aver dovuto ricorrere, allo scopo, alle sue ben note (solo a lui) doti amatorie nei confronti della Presidente finlandese. Che è grande, forte, imponente ed appetibile quanto una renna, appunto. Immediata reazione della diplomazia “Ma come si permette, che cazzo (pardon!) dice?” Beati diplomatici! Non sanno di avere a che fare con un puffo, al quale tutto è permesso perché noi, suo popolo devoto, tutto gli permettiamo. E lo facciamo volentieri perché siamo come lui: guitti, pulcinella, tendenzialmente magliari. Non abbiamo più nemmeno il senso dell’onore formale, gestuale. Negli Stati Uniti d’America erigere il dito medio può costare la vita, e così pure nel nostro meridione atteggiare il mignolo e l’indice a guisa di corna. Ma lui no, se lo può permettere, in patria e all’estero, tanto ci sono i suoi gorilla a proteggerlo. Lui fa quello che vuole: dito medio, corna, toccatine di coglioni, palpatine, allusioni sessuali. Tanto il popolo plaude. E lo sai perché? Perché noi siamo un popolo sessualmente deprivato, impotente, moscio, e quindi qualsiasi guitto, sia esso imprenditore o capopopolo nullafacente e nullapensante, basta che alluda al sesso, e via, tutti lì a sbavare e dargli ragione. Vogliono tagliare i coglioni agli stupratori? Ci mancherebbe! Evirare gli incestuosi? Evviva! E i pedofili? Non ci sono parole. Naturalmente noi tutti condanniamo, ed esecriamo, ogni forma di violenza, e massime quella sessuale esercitata sui deboli. Bisogna però vedere anche da quali pulpiti viene la predica. Ma questi vaccai lo sanno che fino a qualche decennio fa, e forse tuttora, i loro padri congiacevano, in quindici su di un paglione con moglie, figlie e figli ed ivi, ebbri di vino e polenta, lo mettevano dovunque capitava? Pesa su di loro un’atavica tabe. Odiano il sesso: e noi li possiamo capire, noi per i quali il sesso è dolcezza e condivisione, complicità di atti e di parole, furtiva e devota comunione di un momento divino, e quindi sacro. Loro no, per loro il sesso è “fottere” (Devoto – Oli “possedere una donna nel coito, con una accentuazione nella volgarità dell’atto”) Ecco, per loro il sesso è fottere, quindi, o fotti o sei fottuto. E allora, poiché hanno seri motivi di dubitare di saper fottere, (almeno nella accezione a loro più congeniale), ecco che temono di essere fottuti. E poi: è notizia di questi giorni che un importante diplomatico, più volte ambasciatore presso i più alti consessi, avrebbe speso 25 mila euro (cinquanta milioni!) in telefonate cellulari fatte allo scopo di molestare le femmine dei suoi uffici, per un totale di 52 ore e 26 minuti. Dicono i Pubblici Ministeri che il bel tomo “avrebbe abusato delle relazioni di ufficio per compiere le telefonate a spese dello stato "per motivi libidinosi e quindi biasimevoli” Fammela vedé, fammela toccà. Del resto, non fu lo stesso Pres. del cons ad affermare, tempo fa, che Deputati e Senatori, abituali assenteisti, per fortuna trovano lo stimolo a recarsi talvolta a Roma, perché ivi mantengono una o più amanti. L’Italia è una repubblica fondata sulla gnocca.
E’ certo, caro Manuel, che questa interpretazione sessual-genitale della nostra attuale politica , del nostro “etos” è fuorviante, e forse limitativa. Ma se ci pensiamo bene: tutto questo girare intorno ai genitali, non è che nasconda una paura, una inconscia, ancestrale paura? Questi fanno un mucchio di soldi, truffano, malversano, comandano a destra e a manca, ma non è forse che in definitiva, hanno paura? Se così fosse, essi sono più degni di pietà che di disprezzo.
Loro però, della pietà, ed anche del disprezzo del popolo se ne fottono (tanto per cambiare): hanno fatto propria la massima siciliana che tira più un pelo pubico che una pariglia di buoi o, più tecnologicamente, di un trattore Caterpillar. Di qui la geniale intuizione del comico Albanese che fa dire al suo personaggio, il candidato pregiudicato e semiammanettato, la mitica promessa “Più pilu per tutti!” A cominciare da loro: tempo fa un ministro venne accusato da un suo collaboratore geloso, che non si ebbe querela a quanto è dato sapere, di avere dispensato eccezionali favori al una sua collaboratrice la quale, per ingraziarselo, era usa inginocchiarsi di fronte a lui. E non certo per venerarlo, anche se, a ben guardare, l’étimo è sempre Venere….
Una visione politica “panvulvare” dunque? Sembrerebbe di si e, d’altronde, non recita il vecchio adagio che si lavora e si fatica per la pancia e per quel che segue?
Io lo so, che se tu volessi commentare queste brevi note, forse non potresti esimerti dall’inserire il fenomeno in un più ampio contesto, sia storico che spazio temporale. E, sia detto senza ironia e con tutto il rispetto, cercheresti di trascinarmi in una visione “millenaristica” per così dire, ove gli anni ed i secoli hanno un valore infimo, e con essi le miserie che ci tocca vivere. Ma io, come sai ormai, provo un certo disagio a seguirti su questa strada, che peraltro ben conosco avendone più e più volte parlato con te, ed avendone subito anche il fascino. Resta il fatto che noi – individui – viviamo qui ed ora, ed il futuro è breve ed incerto. Quando al mattino, mi aggiro in bicicletta nel parco in compagnia di altri moribondi, non posso non pensare che questi pensionati, questi lavoratori, questi uomini probi forse avrebbero meritato di più dalla vita, da questa vita. Alcuni di loro, i più tremuli, i più canuti, forse hanno combattuto mezzo secolo fa, ed hanno dato il loro contributo, magari modesto, alla costruzione di una repubblica, che vuol dire cosa pubblica, ove per cosa si intendono i beni, le risorse, le leggi ed i costumi condivisi, e non invece “quella cosa” soltanto. La quale “cosa”, quando diventa pubblica, si chiama meretricio.
Saluti


Fulgenzio

 

7. 06. 05

 ...DA SINISTRA RISPONDE UN RUTTELLO

 Caro Manuel,

Raccolgo volentieri il tuo invito a commentare la beffarda parafrasi. Che potrebbe essere così completata:”S’ode a destra lo strido di un peto, da sinistra risponde un ruttello

 Io temo tuttavia che purtroppo corriamo il rischio di una pericolosa sottovalutazione, se ci limitiamo a considerare solo come peti o rutti i rumori che provengono dai due schieramenti.

E’ vero: se analizzati in maniera superficiale, i proclami che provengono dalle due parti sembrano non avere altra valenza che quella di un borborigmo. Che cos’altro sono infatti le sparate della destra, specie nella sua specie più becera (che, a disonore della mia regione, viene detta padana), se non delle puteolenti ventosità. “Tum podex carmen extulit horridulum” Ce le ricordiamo quasi tutte: dalla secessione alla “devoluscion”; da Roma ladrona a forcolandia; dalla proclamata matrice celtica ai riti druidici; fino alle più recenti esternazioni circa il ritorno alla lira, piuttosto che alla pena di morte, alla taglie padane, alla castrazione dei pedofili, e via elencando. Ma fermiamoci qui per quanto concerne le illuminate menti padane. Anche il resto della destra, quanto a ventosità, non scherza: dall’ormai mitico Kapò dato ad un parlamentare tedesco (!), alle corna, al dito medio, alle uscite buttiglioniane sulle persone omosessuali, fino al più recente teatrino referendario. Messo su per nascondere la ferrea sinergia con il clero reazionario ed oscurantista: mogli che dichiarano di votare in difformità dai mariti potenti, anime belle (sicuramente democratiche e cristiane) che affermano di lasciare libertà di coscienza ai fedeli, come se toccasse a loro, le anime belle, sancire la libertà che, essendo appunto di coscienza, attiene alla sfera del singolo, e non al partito. E poi il giochino delle tre carte dell’astensionismo per affondare il quorum, complice anche quel circa un milione di aventi diritto al voto, che non possono votare, per ragioni strumentalmente burocratiche, con buona pace per il Ministro degli italiani all’estero; e l’asserita incapacità degli italiani a decidere su materia così complessa, come se fossero dei bambini ritardati; o l’altrettanto asserita incompetenza degli scienziati di tutto il mondo a spiegare il problema che, come per magico incanto, non dovrebbe più appartenere anche alla sfera scientifica, ma solo a quella morale di cui loro, illuminati dalle prediche della Gerarchia, sarebbero gli unici ed indiscussi custodi. Ma ancora, fermiamoci qui per sazietà, se non per amor di patria. Di questa aria fritta, e non solo, sono zeppi i giornali ed i dibattiti (?) televisivi.

 Anche a sinistra (?) non scherzano. A cominciare dalla ridda delle sigle che sembrano essere fatte apposta per confondere le idee dei potenziali elettori; ai distinguo dei numerosi dottor sottili circa le magnifiche sorti e progressive che ci riserverebbero le primarie, naturalmente utilissime nel caso che si sia già designato da tempo, con apparente ed ipocrita unanimità, il candidato Primo Ministro (non di dice premier, il premier negli altri ordinamenti è un’altra figura istituzionale, e così pure il cancelliere). E l’asserita dieta a pane e cicoria, in alternativa ai regali risotti dalemiani, ispirati dal noto chef. E anche qui il solito giochetto delle tre carte del voto proporzionale che dovrebbe “intercettare” i voti in fuoriuscita dalla destra (ma quando mai?). E le uscite bertinottiane che, puntualmente ad ogni vigilia elettorale, promettono di reintrodurre la patrimoniale ed auspicano la scomparsa della proprietà privata. Così si intercettano i voti della destra, perbacco! E, a conclusione di questo crescendo rossiniano, anche a sinistra (?) in questi giorni si dibatte sulla fecondazione: anche qui con tante anime belle che dichiarano il proprio no o la propria astensione pur lasciando, e ci mancherebbe, libertà di coscienza agli elettori.

  E per finire, last but not least, e per restare “equidistanti” dalle posizioni dei due schieramenti, le esternazioni della seconda e terza carica dello stato che, essendo tra i massimi rappresentanti delle istituzioni, invitano a disertare l’istituto del referendum. Se non sono rutti questi. E flatulenze.

 Ma, dicevo all’inizio, attenzione: ironizzando e banalizzando il miserando spettacolo che ci viene offerto, corriamo il rischio di perdere di vista il nocciolo del problema, che è oltremodo serio. E questi non scherzano affatto, non sono scemi, non sono sprovveduti. Conoscono a menadito i trucchi, le manovre, le finte che hanno imparato in mezzo secolo di egemonia della politica più deteriore, che hanno succhiato con il latte materno fin dai tempi delle Madonne pellegrine, per arrivare ai vari CAF di non mai abbastanza elaudata memoria.. L’intrigo, la malafede il colpo di mano, la pugnalata alle spalle sono le loro armi. E se ne servono con rinnovata maestria, come forse si sta accorgendo il mortadellone il quale, se non drizza le orecchie e stringe le chiappe, rischia proprio di finire imbandito come lo squisito salume felsineo, con adeguato contorno di cicoria e di ulive.

Io, il loro disegno, e speriamo che rimanga solo un disegno, lo vedo così: si pappano la mortadella e ripescano, per la candidatura a Primo ministro, uno o due sindaci (o ex sindaci), di Roma, non di Bologna. Si uniscono a quei democratici e cristiani che, a destra, stanno ultimamente un poco soffrendo, schiacciati tra padani e fascisti. Socialisti, repubblicani e quant’altro, si comprano a peso. Se gli va bene, lasciano che uno dei due sindaci governi (si fa per dire, stante la valanga di ricatti cui saranno sottoposti) e, soprattutto lasciano che il trapiantato, ormai lessato, salga al Colle. Ove avrà modo: primo, di pararsi il culo per sempre dai giudici; secondo, di continuare ad illustrare la Patria, e dal più alto soglio, con il repertorio che gli è più congeniale, le corna e il dito medio, le barzellette anni cinquanta, le canzonette, le palpatine di culo alle signore.

Se gli va male: l’attuale terza carica dello Stato cessa di esserlo, per diventare “premier” della neonata coalizione dei cicoriofagi; forse alla mortadella, tanto per non farlo troppo soffrire, offrono  la seconda carica (essendo nel frattempo la pera rientrata nel cesto della frutta), a uno dei due sindaci la seconda, e al lessato, sempre il colle.

Risultato: il lessato comunque blindato sul Colle; uno dei tre compari alla Presidenza del consiglio o, scelta di una delle due Camere; la democrazia cristiana ricostruita, con a sinistra i cosiddetti comunisti, e a destra tutto il sopranatante del fascistume, padano o patriottardo che sia; il bipolarismo a puttane. L’Europa sempre più lontana, la chiesa sempre più vicina. Fecondazione, aborto e divorzio proibiti de jure, scuola pubblica agonizzante, scuola confessionale trionfante. Evviva.

 Speriamo sia solo un incubo. Che è l’altra faccia del sogno. Il sogno è questo: che la mortadella si destrutturi nei suoi componenti fondamentali. Essi sono: il maiale, animale intelligente e sagace quant’altri mai, che all’occorrenza sa essere feroce e aggressivo ed è onnivoro (non disdegnando al bisogno anche i cibi meno appetibili); il pepe, che conferisce sapore e nerbo ad ogni vivanda, anche la più scipita e stracotta come la cicoria; il pistacchio, che è verde, ed un po’ di verde ci vorrà nella futura coalizione, se vogliamo salvare qualcosa di questa nostra terra devastata. Il lesso ai Carabi, ad imitazione del celebre Esule; la pera nel cestino, come si è detto, possibilmente assieme alla cicoria. Per alcuni altri, più presentabili ci sarà posto, che stiano tranquilli. Le leggi più infami abrogate; una destra seria e consapevole (io credo che sia possibile anche questo), depurata dal pattume padano e saloino, con la quale dialogare e confrontarsi dialetticamente in vista di future, possibili vere alternanze. Libera chiesa in libero stato; un popolo laico restituito alla dignità che gli è stata tolta, molto spesso con il suo più o meno tacito assenso, un popolo di cittadini e non di sudditi, rieducato (ovviamente non con metodi cinesi) alla solidarietà ed alla tolleranza, attento agli autentici valori del denaro, che deve essere risparmio ed investimento, e non rapina. Insomma, una realtà specularmene opposta a quella attuale.

E’ appunto un sogno, caro Manuel, perché nemmeno un ottimista impenitente può illudersi che una mortadella, fosse anche la più corpulenta e succulenta, possa, da sola, essere capace di tanto: noi ci dobbiamo mettere del nostro, con la pratica dell’austerità e dell’attenzione. E della critica spietata, all’occorrenza.

Saluti                                                                                                                          Fulgenzio

 

 

3. 06. 05

BISOGNA ESSERE SPIETATI NELLE IDEE FINO IN FONDO

Caro Manuel,

ho tratto, dopo anni di colpevole oblio in uno scaffale, il libretto del compianto Cesare Garboli “Ricordi tristi e civili” Einaudi – gli struzzi – Torino, 2001. Avendolo a suo tempo letto e riletto con attenzione, con devozione, mi è stato facile ritrovare considerazioni e pensieri che, se erano attuali ai suoi tempi, tanto più mi sembrano oggi, nel triste momento che ci tocca vivere. Vi ho attinto a piene mani con l’intento, o l’ambizione di poter loro dedicare qualche commento.

Ho voluto mettere come titolo a questo scritto quella frase lucida e disperata “bisogna essere spietati nelle idee fino in fondo” Tu sai ormai quale tributo io abbia ritenuto di dover pagare a questo proposito così bene e definitivamente enunciato. Da quando ho avuto l’età della ragione, mi sono proposto di non concedere mai nulla al compromesso mentale, alla ipocrisia ed al distinguo gesuitico, ma di seguire il precetto evangelico (forse l’unico al quale mi sono compiutamente attenuto) di dire o si o no, e nient’altro. Ed è un duro compito, anche se solamente riferito al modo intimo e personale di pensare, per non parlare di quanto lo sarebbe se lo volessimo tradurre negli atti, ovvero in “politica”. Cita il Garboli da Natalia Ginzburg “In verità è forse impossibile oggi stare da una parte o dall’altra. La sola scelta che a noi è possibile è di essere dalla parte di quelli che muoiono o patiscono ingiustamente”  E’ però assai difficile, non dico essere dalla parte, ma solo identificare tutti coloro che muoiono o patiscono ingiustamente. Perché non si muore o si patisce solo per un determinato atto diretto e violento, ma anche, e forse soprattutto per il male e l’ingiustizia insiti nel contesto sociale ed economico quale si è venuto a determinare nei secoli e nei millenni, fino dagli albori della storia, da quando l’uomo-individuo ha preferito non limitarsi a colpire un altro uomo-individuo, ma l’uomo “sociale colpire un altro uomo”sociale”. Ovvero dare inizio alle contese tra clan, tra tribù, tra stati e nazioni, ed oggi tra i cosiddetti “modelli di sviluppo”, ogni modello essendo alternativo, e quindi potenzialmente sopraffattore dell’altro. E, infatti, cita opportunamente il nostro “Credo che la Ginzburg intenda dire che oggi non si può stare dalla parte di chi fa la storia, ma solo dalla parte di chi la subisce E ancora: “Tutte le generazioni che hanno preceduto la nostra….hanno sempre vissuto nell’illusione…che il mondo potesse cambiare, e che la storia dell’uomo fosse in lento, ma costante progresso. Quest’idea sotterranea, che ha percorso i secoli, ha oggi cessato di esistere, è uno dei tanti robivecchi che abbiamo abbandonato in soffitta, una delle tante idee “romantiche” del passato. Se oggi abbiamo una certezza, è appunto che il mondo non cambierà mai. In tutti i sensi, il romanticismo è davvero finito, e con esso anche la sensazione che i passi dell’umanità formino un progressivo cammino verso una meta, verso un traguardo” E’ con immensa tristezza che, leggendo queste parole che condivido, mi sovviene quello che forse fu l’apice del romanticismo, il coro finale della Nona Sinfonia, dove il sordo Beethoven volle musicare l”Ode alla gioia” di Schiller, laddove si inneggia ai milioni e milioni di cittadini in estatica attesa di un grande futuro. Questo inno fu voluto dai padri costituenti (?) europei a suggello di un grande progetto storico, ed oggi stiamo vedendo come va a finire: un’Europa divisa e lacerata, regolata da una costituzione mercantile e non solidale, della quale fa parte anche il nostro povero paese, i cui parafernali sono le corna ed il dito medio eretto. Sintesi ed epitome di un popolo plebeo e miscredente, bottegaio, affamato e lacero, di cui Arlecchino e Pulcinella, ed il dottor Ballanzone, sono i più significativi rappresentanti. Questo popolo che generò Dante e Petrarca, San Tommaso e Ubertino da Casale, Galileo e Campanella. E Giordano Bruno. E che oggi sbeffeggia i Veronesi, i Giorello, le Levi Montalcini, i Tabucchi, i Don Gallo, le Margherita Hack, i Moni Ovadia (e chissà quanti ne dimentico), tacciandoli di “relativismo culturale” Ma mi facci il piacere! Ma questi pecorai (sia detto con tutto il rispetto per questi rudi e tenaci lavoratori di cui sono ricche le nostre terre, ed anche per le pecore) lo sanno di cosa vanno farneticando? Gli basta come mentore un ministro col sigaro e l’occhio bovino, che la stessa comunità europea ha espulso come un peto? E’ opportuna un’altra citazione da Garboli: “Era opinione di Molière che la culture non fosse, in se stessa, un valore. Ma come spiegare che un imbecille colto è più imbecille (è una citazione da Femmes savantes) di un imbecille analfabeta?” A proposito di imbecilli colti, mi sovviene di un giornalista obeso e voltagabbana: in questi giorni che precedono il referendum, egli va frugando, in buona ed eletta compagnia di cardinali, di baciapile e di fascisti, sotto le mutande delle donne per decidere cosa fare del loro utero, e del loro desiderio o rifiuto di maternità. Con dovizia di citazioni, da Tertulliano a San Tommaso, da Sant’Agostino a Buttiglione, da Giuliano Amato a Rutelli, e finanche a Giovanardi: tutti a disquisire di un utero che non conoscono, o che comunque hanno poco frequentato. E che sicuramente non gli appartiene, avendone giurisdizione somma cardinali e prelati. I quali farneticano di omicidio se si usa un grumo di cellule a scopo scientifico, e se ne sbattono delle vittime delle guerre combattute e di quelle commerciali. Altra citazione: “Se guardiamo in avanti, nel nostro futuro, non vediamo la vita, vediamo la morte” E’ vero: mentre farnetichiamo della morte di un grumo di cellule, non vogliamo vedere la morte prossima ventura del genere umano, forse del pianeta. Ma questa morte non sarà una aspirante mamma ad averla voluta, ma l’insaziabile voluttà dei commerci, delle multinazionali, del demenziale abuso delle risorse energetiche, e delle predicazioni false e menzognere. E a proposito di aspiranti mamme: non fu una certa Maria a mettere a disposizione il proprio utero – e giustamente si è parlato del più eclatante caso di fecondazione eterologa- per concepire quel tal profeta e visionario che accettò la croce in espiazione di tutti i peccati e le ipocrisie dei suoi simili? Anch’egli fu vittima della storia: “…ci siamo accorti tutti quanti che le vittime della storia non potranno mai diventare protagoniste della storia, non potranno mai conquistare e detenere il potere” “Finché si è vittime, si è nel giusto, e si è nel giusto finché si è vittime. Tertium non datur”

Quando si dice che “stiamo vivendo un momento storico”, e lo si dice ad ogni piè sospinto, ad ogni pisciata di cane, non significa che siamo protagonisti della storia, ma che ne siamo in un certo senso vittime. La storia la fanno gli altri, i cosiddetti potenti, e vai a sapere su quali soprusi, su quali compromessi, su quali ipocrisie si fonda il loro potere. “E’ stato il Manzoni il primo, limpido assertore che agire la storia, fare la storia e non subirla, è comunque rendersi complici di un male, diventare corresponsabili di un orrore” Giulio Cesare fece la storia, la fecero Tamerlano e Napoleone, Hitler e Mussolini, Churchill, Roosvelt, Truman e Stalin. Vi contribuì il defunto Papa, dando la spallata finale ad un sistema che da quella guerra era nato. La stanno facendo oggi i vari Bush, Blair e, udite udite, Berlusconi. La stanno facendo, come hanno sempre fatto, le gerarchie ecclesiastiche. Usando il terrore della morte e dell’aldilà. “Chi –dice Amleto- se non fosse la paura di un aldilà sconosciuto, sopporterebbe «the law’s delay» e «the insolence of office», - i ritardi della legge, e l’arroganza dei pubblici ufficiali?”

Ma, evidentemente, questi sono solo i pensieri tristi di un trombato della storia, “Sono pensieracci, incubi, arpie che hanno invaso la casa et magnis quantiunt clangoribus alas”

Invece, dovremmo consolarci di vivere nel migliore dei mondi possibili, diretti e guidati dai migliori governati possibili, saggi, illuminati e trapiantati. E, a proposito, non è ancora dato sapere se il trapianto di capelli fu autologo (con prelievo dalla regale nuca) o eterologo (con prelievo dalla zia suora, tanto loro - le suore - hanno cuffia e soggolo a nascondere la zona depilata).

Viviamo dunque nel miglior mondo possibile, ne abbiamo viste di peggio: “Dopo il gelo degli anni di piombo –si leggeva fino a poco tempo fa sopra un muro- godiamoci il calduccio di questi anni di merda”

E con questa conclusione amaramente consolatoria, ti saluto, caro Manuel.

 Fulgenzio

 

18.05.05 - Graffiti con divagazioni.

 Caro Manuel,

forse ricorderai che tempo fa ti inviai un appunto su certi graffiti metropolitani (nel senso che li avevo letti sulle pareti della metropolitana). Ne ho visti altri in una piccola stazione ferroviaria. Le piccole stazioni ferroviarie fanno impressione. Un tempo c’era il capostazione, il bigliettaio, l’addetto agli scambi e quant’altro. Oggi no, tutto deserto, automatizzato. Porte e finestre sbarrate, i biglietti si comperano nella più vicina edicola o bar tabacchi, e si “obliterano” (che cazzo vorrà dire?) nell’apposita macchinetta che di solito è sfasciata ed inservibile. Nelle ore di punta vi possono essere studenti o pendolari, nelle altre ore del giorno, il deserto. Tra le due linee dei binari crescono erbacce. Tombstone. Mi avvio sul marciapiede deserto e guardo la linea ferroviaria a destra e sinistra, infinita, le parallele dei binari sembrano incontrarsi nell’orizzonte caliginoso. Mi aspetto da un momento all’altro di veder comparire l’espresso di Santa Fé e materializzarsi due gorilla dell’agenzia Pinkerton con bombetta e tutto. Mi dirigo verso i cessi che sono ovviamente luridi e puteolenti, e ricoperti di scritte, come i muri della stazione. La maggior parte dei graffiti sono di carattere sessuale, alcuni più delicatamente sentimentali, pochi di carattere per così dire religioso. Tralascio le invocazioni amorose, “Samantha TVTB, by Kevin” (ove TVTB è l’acronimo, come tu m’insegni, per “ti voglio troppo bene” e “by” risulta francamente strano), o anche “Alex 6 unico”, ove il numero arabo sta naturalmente a significare “sei”, voce del verbo essere. Mi concentro sulle altre. Le più spinte ed esplicite stanno nei pisciatoi propriamente detti.

“Bevo sborra. Tel. 335….”

“Faccio pompini a tutti. Eleonora. Tel. 335….”

“Per scopare mio culo telefona 335….”

Mi dico che i primi due sono probabilmente fasulli, il terzo forse autentico, e mi spiego. I primi due, che alludono esplicitamente alla attitudine verso il sesso orale, sono probabilmente opera di amanti delusi, o respinti, i quali, pubblicizzando il numero di telefono dell’amata fedifraga o renitente, intendono esporre la stessa al pubblico ludibrio sperando che qualcuno, boccalone, telefoni alla stessa richiedendo quella tal prestazione sessuale a lui verosimilmente negata dalla stessa.

La terza potrebbe essere autentica. La mancanza dell’articolo determinativo “il” davanti a “mio culo” e l’uso dell’infinito, “per scopare mio culo” fanno pensare all’eloquio di un cittadino extracomunitario che spera, chissà, di raccattare qualche euro con questa profferta. Ma forse anche quest’ultima scritta è solo una provocazione tesa a mettere in cattiva luce “i negri” che, nelle intenzioni del graffitaro, dovrebbero essere additati come propensi a queste pratiche disgustose. Naturalmente potrei risolvere i dubbi componendo uno dei numeri telefonici ed ascoltando ciò che mi viene risposto dall’altra parte, ma me ne manca il coraggio, come puoi immaginare. Mi tengo i miei dubbi ed esco dal cesso. Leggo altre scritte, di carattere religioso per così dire. Sono uguali a quelle della metropolitana: “Lucifero kulo”, “Satana suino e puttana” e, come sempre trionfante, “DIO C’E’”.

 Si è riaccesa in questi giorni la discussione sulla figura di Pasolini, alla luce delle dichiarazioni del suo presunto assassino, quel Pelosi allora diciassettenne che ebbe con lui un rapporto orale a pagamento, prima che il poeta venisse massacrato da tre misteriosi figuri, presunti fascisti, che lo apostrofarono di “fetuso comunista”. Fin dai tempi dell’omicidio, ed anche prima, io ho nutrito qualche dubbio sulla agiografia pasoliliana che imperversava allora come oggi. Nessun dubbio sulla figura del letterato, del poeta, del regista e quant’altro. Do per scontata la grandezza dell’artista, anche se spesso i miei mezzi per comprenderla appieno non sono stati all’altezza. Invece, non sono mai riuscito a liberarmi dal dubbio sulla figura del Pasolini “moralista”, il fustigatore dei costumi politici e civili che, sulle colonne del Corriere della Sera, fu il primo a parlare del “palazzo” e delle sue trame, ed il primo a cogliere il degrado morale e civile del paese. Nella sua ultima intervista a Furio Colombo, parlò, tra l’altro, di pornografia. E fece un paragone, appropriato, tra la pornografia propriamente detta, che si differenzia dall’eros per la meccanica ripetitività degli atti e l’assenza di tensione affettiva, e la politica, certa politica dei tempi suoi (che sono anche i nostri). Colse appieno il degrado morale del paese e lo denunciò. E tuttavia io mi chiedo, e lo faccio sommessamente e pudicamente, consapevole del rischio che corro di apparire codino e bigotto, reazionario anche: non c’è una sorta di violenza, propriamente “politica” nell’atto di adescare da parte di un uomo adulto, ricco e a suo modo potente, un minorenne povero, ignorante, probabilmente già degradato di suo, offrigli ventimila lire per portarselo sulla spiaggia più squallida del mondo, ed ivi consumare un rapporto orale, non importa se attivo o passivo? Al vate, al moralista, al poeta visionario e profetico, non è venuto in mente che non vi è nulla di morale, di politico, di poetico nell’esercitare, con la forza del denaro, una ulteriore violenza su un altro essere umano, le cui possibilità di riscatto sociale ed umano vengono così ancor più conculcate? Ma forse sono io che non ho abbastanza intelligenza per capire, che vuol dire anche perdonare. Ma non vorrei d’altronde che, in nome della superiore intelligenza, della più alta dimensione “morale” dell’artista, a lui venisse concesso, come orgoglio luciferino della mente, ciò che agli altri viene negato e rimproverato.

E, a proposito te tensione morale e politica, talvolta mi sorprendo a vagheggiare di potermi alzare, avvolto nel laticlavio, nel consesso dei seniori, e pronunziare la celebre invettiva “E fino a quando, o Silvio, abuserai ancora della nostra pazienza?”. Poi mi sovviene di quanto fu verme nella vita Cicerone, e cessa ogni motivo di invidia, si innesca una specie di gioco delle parti. Perché il Silvio che gioca con la nostra pazienza nulla ha della tragica grandezza di Catilina, piuttosto della mediocre statura, dell’opportunismo, della fatua vanagloria di Cicerone. Cito dal libro di Massimo Fini su Catilina:”Uomo di notoria doppiezza – come lo definisce Mommsen – Cicerone quando si aprì lo scontro tra Cesare e Pompeo parteggiò ora per l’uno ora per l’altro, voltando e rivoltando gabbana mille volte, adulando ambedue in modo sfacciato e impudico, piegandosi alle più umilianti ritrattazioni. Era un politicante di terz’ordine, maneggione e intrigante, a livello di portaborse. E infatti nonostante si fosse profferto più volte a Pompeo e a Cesare come consigliere i due non lo degnarono di alcuna considerazione trattandolo in una maniera molto vicina al disprezzo….. La sua vanagloria è rimasta proverbiale. Plutarco scrive che provava un compiacimento smodato a sentirsi lodare. Fu autore dello sciagurato verso O fortunatam natam me consule Romam…..Fu uomo vilissimo, di una viltà, fisica e morale, patologica e caricaturale” Come si vede, già allora era uso destreggiarsi tra l’amico Cesare e l’amico Pompeo, assicurando a entrambi un appoggio non richiesto, e ricevendone in cambio solo disprezzo e condiscendenza.

 Ma subito mi pento del pensiero peccaminoso. Ed ecco apparirmi, circonfusa di oro e di azzurro (soprattutto di azzurro!), la figura del Silvio Pantocratore. Il quale viene a giudicare i vivi e i morti e, nella gloria del suo trionfo, sarà un giudice umano, ma giusto. E pronunzierà le terribili parole della condanna:”Vorrei avere pietà delle vostre colpe, ma non vedo olio nelle vostre lampade. Avete dissipato gli ultimi sette giorni, siete andati in ferie a Pasqua, dissestando così l’economia del paese, avete comperato le verdure e la carta igienica più costose, incrementando l’inflazione, e questi sono i risultati. Io avevo predisposto un disegno di benessere e ricchezza per tutti, a cominciare da me, e infatti le mie aziende hanno triplicato gli utili, vi ho dato gli occhi per vedere e gli orecchi per sentire, ma voi non mi avete voluto ascoltare. Le vostre lampade sono vuote, i lucignoli affumicati. Siate dunque maledetti, andate nel tormento che non avrà mai fine, nella gheenna di fuoco, ove vi sarà solo pianto e stridor di denti. Nel nome del Padre (che sono io), del Figlio (Piersilvio) e dello Spirito Santo (Baget Bozzo). Amen”

 Ti domanderai, caro Manuel, e me lo chiedo anch’io, quale sia mai il nesso che lega una stazioncina semiabbandonata con l’invettiva senatoriale, Pasolini, ed il prossimo, paventato avvento, o ritorno, del Pantocratore. Ebbene, una chiave interpretativa della visione onirica potrebbe essere questa: la stazione abbandonata al degrado, con i suoi servizi inefficienti e puteolenti, è il nostro povero paese.

Le scritte sui muri, ammiccanti, provocatorie, talvolta francamente oscene, oscillanti tra l’appello al basso ventre e quello alla divinità, sono la propaganda che ci è stata ammannita per anni, spudoratamente, attraverso i giornali e la televisione, con impudicizia senza pari e con totale disprezzo per la nostra dignità di cittadini. Il revival pasoliniano, di quella tragedia umana e politica, è un modo come un altro per sputtanare vieppiù la civiltà di quegl’anni, di parlare dei fascisti di allora per non parlare di quelli di oggi. La visione senatoriale è immagine e speranza di una rinnovata passione sociale in cui il cittadino, attraverso gli strumenti della democrazia, impari di nuovo a distinguere il grano dal loglio, i falsi profeti dagli onesti, gli imbonitori dai pensosi e responsabili padri di un rinnovato patto sociale. Ed infine la visione terrifica: il ritorno del grande mentitore il quale, grazie alla dabbenaggine del popolo, di un certo popolo, torna di nuovo a giudicare i vivi ed i morti (ed infatti la manipolazione della storia è patrimonio inalienabile di questi mascalzoni). E della stupidità generale si fa ancora una volta scudo per continuare a perpetrare le proprie fanfaronate. Giorni fa Moni Ovadia citava, opportunamente, un proverbio yiddish: “Dio ama gli stupidi, ed è per questo che ne ha creati tanti”.

 Saluti.

 Fulgenzio

 

 

19.04.05

Tanatofobia, gerontofobia. E come fu che cadde  il pirla.

 Caro Manuel,

 E’ da molto che non ci sentiamo. Ti avevo preannunciato qualche riflessione sul sentimento di repulsione (e quindi non solo di paura) nei confronti della morte e della vecchiaia. Tu sagacemente cogli questo sentimento di repulsione quando, attribuendo ai dinosauri una qualche forma di autocoscienza, affermi che si dovettero sentire offesi a morte quando in qualche modo ebbero a percepire la loro prossima (e definitiva) estinzione. “Poiché ogni offesa è morte”, dice il Gadda a proposito del gatto che, più volte precipitato dal balcone ad opera di Don Gonzalo al fine di dare conferma sperimentale ad un teorema, cadde sì costantemente sulle quattro zampe, ma poi ne morì.

Ogni offesa è morte, dunque. Ma, per il principio di reciprocità, anche ogni morte è un’offesa. E a quante morti l’umanità ha dovuto assistere, a quante morti siamo chiamati ad assistere oggi, per esempio in nome dell’esportazione di democrazia(e dell’importazione di sempre più costoso petrolio). Ma non di quelle morti, inutili e premature, intendo parlare (essendo la loro ingiuriosa  evidenza di per sé una condanna), bensì di quell’altra morte, quella singola, nostra, personale ineluttabile comunque anche in assenza di eventi esterni e violenti, quella che inesorabilmente ci attende alla fine predestinata dei giorni che ci sono attribuiti. Essa ci attende inesorabile, e noi, pur percependone razionalmente l’ineluttabilità, proviamo come l’istinto a rifiutarla. O ad esorcizzarla, come tentarono di fare gli artisti ed i poeti, vuoi scrivendo L’infinito, vuoi dipingendo le danze macabre, o costruendo cattedrali, piramidi e cenotafi. A proposito, anche il pirla ambisce ad avere un cenotafio, quando se lo può permettere, magari in un oscuro cimitero di provincia, e questo, ammettiamolo, ce lo rende un po’ più umano, anche se l’aggettivo appare francamente eccessivo se riferito a questo essere, a questo tristo archetipo. Meglio la cremazione e la dispersione delle ceneri, ed abbasso i famedi.

Ma “esorcizzare” vuol dire, etimologicamente, “scongiurare”, ovvero (Devoto-Oli)“impedire il verificarsi di un evento paventato e dannoso”. Cosa che, se riferita alla morte, risulta evidentemente impossibile. Quindi è improprio parlare di “esorcizzare la morte”. Semmai è logicamente ammissibile il tentativo di esorcizzare “l’offesa” che la morte comporta. I più radicali lo fecero, e lo fanno, mediante il suicidio. Se questa offesa è inevitabile, ebbene che sia io ad inferirmela, che almeno sia la mia volontà, e non altra, a prevalere, e definitivamente. Ma forse in questo ultimo e disperato riaffermarsi della volontà vi è una specie di orgoglio satanico, ed è per questo forse che molte religioni e morali condannano il suicidio come atto estremo di ribellione alla volontà di dio, o del destino.

Ma l’ombra del suicidio si stende anche su quell’altra paura, quella dello svanire della giovinezza, che viene chiamata gerontofobia.

Ricordo che in un libro di Garcia Marquez si narra di quel tal fotografo francese trapiantato nei Carabi (anche lui) il quale, essendosi ripromesso di porre fine alla propria vita sulla soglia dei sessant’anni, da lui ritenuta il limitare di vecchiaia, così fece, ed avvelenò con il cianuro delle sue soluzioni fotografiche prima il cane, e poi se stesso (en passant, anche un celebre dittatore sentì il bisogno di farsi precedere dal cane nell’ultimo passo, per non parlare di quel suo accolito che preferì invece avvelenare i sei figli). In questo libro di cui non ricordo il titolo, il vitalissimo Gabo, che come il tuo amico ha lottato e vinto contro la leucemia, sembra adombrare una certa ammirazione per questa scelta che egli sicuramente non condivide e non pratica.

Ho invece sottomano il libro della Yourcenar, Memorie di Adriano, ove l’imperatore (quello della animula vagula, blandula) narra con ineguagliabile finezza ed eleganza la fine dell’amato fanciullo Antinoo. “Un essere che aveva orrore della decadenza fisica, della vecchiaia, da tempo aveva dovuto ripromettersi di suicidarsi al primo indizio di quella decadenza, o anche molto prima. Oggi giungo a credere che quell’impegno, che molti di noi giurano, senza poi mantenerlo, in lui fosse radicato da moltissimo tempo….Quest’impegno spiegava la sua indolenza, il suo ardore nel piacere, la sua malinconia, la sua indifferenza per il futuro. Ma bisognava ancora che quella sua fine non avesse l’aria di una rivolta, non contenesse la minima recriminazione….Il fanciullo ritirò la sua mano, la richiuse, con un gesto soave, quasi pudico. Voleva serbare il segreto del suo gioco, e quello della sua fine”.

 Alla luce di queste considerazioni, se condivise, potremmo dunque affermare che il pirla primigenio, l’Ur-pirla non è verosimilmente affetto da tanatofobia, semmai da gerontofobia, per quanto stravolta e denaturata. Infatti ogni suo sforzo è volto a dissimulare i bargigli, rinfoltire il vello, rinvigorire i corpi cavernosi in un’ansia patetica di giovanilismo. Con risultati discutibili, diciamolo. L’unico risultato visibilmente apprezzabile è la creazione di un fenotipo presente nella storia di tutti i tempi: caratterizzato dalla prominenza della mandibola, dalla estroflessione basedoviana dei bulbi oculari, dal papillare del grifo, per non parlare della erezione dell’intera impalcatura corporea, inguainata nella divisa - condom  del dittatore. Non teme la morte, il tipo. Non quella fisica, personale, e tanto meno quella politica. In quanto pirla, si ritiene immortale. Eppure la storia ci offre abbondanti esempi di caduta del pirla, salvo poi domandarsi se fu vera gloria. E allora si pone il quesito di come avvenne che eventi più o meno prevedibili contribuirono ad accelerare, se non determinare la caduta del pirla stesso. E qui abbiamo un problema semantico. Pirla nell’accezione volgare significa pene e quindi, come tale, non può essere fatto cadere, ma casomai ammosciare, o al peggio tagliare, e noi condanniamo una tale efferatezza, anche se solo ipotetica. In senso figurato significa sciocco, babbeo, inconcludente e vanaglorioso, bischero (Nora Galli de’ Paratesi), che gira a vuoto .Ecco, ci siamo: l’etimo è “pirlare”, elegantemente “prillare”, ovvero (Devoto – Oli) “girare rapidamente intorno a se stesso, per lo più a proposito del fuso o della trottola”.. In questo senso il detto personaggio può essere fatto cadere, vuoi lasciandone esaurire la spinta propulsiva, vuoi interrompendone (ad esempio con un calcio) la vorticosa rotazione. E’ successo proprio questo: visto che la spinta propulsiva tende sì ad esaurirsi, ma stenta a cessare (stante la convinzione che “quelli che non puoi distruggere, coprili d’oro”, come ebbe a dire un’eccellenza del passato), molti tra i cittadini hanno pensato bene di resistere e dare un calcio alla trottola. La quale, pur avendo subito un vistoso scossone, stenta ancora a cadere, come per un’inerzia della storia e delle coscienze. E qui sovviene un’altra figura, questa volta mitologica, quella di Priapo, l’inesausto inseguitore di ninfe. Mai sazio, e quindi sempre in resta. A questa figura si deve il nome di un fastidioso disturbo noto in patologia medica come “priapismo”, ovvero quello stato di erezione dolorosa, di lunga durata, non accompagnata da eccitazione sessuale e non seguita da eiaculazione. Il guaio è che questa erezione di lunga durata e non seguita da eiaculazione (se non di sterili e risibili apoftegmi) è dolorosa non solo per il paziente, che tutti dovrebbero commiserare, ma anche per i comuni mortali che fisiologicamente alternano momenti di quiete e momenti di vibrato sentire.

 Quasi tutte le generazioni ebbero la ventura di assistere alla caduta del pirla. Ed è vivo il ricordo di quanti sacrifici costò il dopo, quando dovettero ricostruire ciò che per opera sua era stato distrutto, e non furono solo macerie materiali, ma soprattutto macerie morali: la perdita di fiducia, il trasformismo, l’avidità eletta a sistema di vita, la ricchezza materiale come unico parametro di presunta dignità. E furono dolori per tutti, ma dalle ceneri del tessuto sociale distrutto, del patto sociale lacerato, del senso morale svilito e mercificato sempre rinacquero nuove repubbliche e nuovi patti, a riprova dell’esistenza di quei corsi e ricorsi di cui parlava Giovanbattista.

Ogni dittatura, ogni giro di trottola, ha significato il sacrificio di una o più generazioni. Decine di anni buttati nel cesso.

Questo è il grande tributo che, un paio di volte ogni secolo, l’umanità e la società devono pagare alle giravolte del pirla: dignità perduta, sogni spenti, futuro negato. Se ognuno di noi deve pagare questo tributo alla sua propria personale ed effimera esistenza (essendo la vecchiaia nient’altro che la fine dei sogni), non è giusto che un qualsiasi cialtrone privi intere generazioni di giovani di questo patrimonio, di questo diritto di sognare. Anche se relativamente meno cruento di altri, è un vero delitto contro l’umanità.

 Fulgenzio

                                                                        

SEZIONE  2    Lettere e figure di Zuanne Fertu 

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